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05/10/2018

Appalti su misura per imprenditori amici Filmato mentre conta in auto la mazzetta

QN - Il Resto del Carlino

di ROBERTO DAMIANI CHIEDEVA tangenti alle ditte come se fosse un suo diritto. Poi investiva quei soldi in prodotti postali ma da qualche tempo stava ricavando un nascondiglio sul tetto, sotto i pannelli solari. Per paura dei ladri. Da ieri è in carcere, dopo esser stato svegliato alle 6.30 dalla guardia di finanza di Urbino, il geometra Renato Dini, 49 anni, incensurato, la moglie Mariagrazia casalinga, casa a Borgo Pace, due auto, un camper da 70mila euro e una fissa: le vacanze. Le foto su facebook lo dimostrano: Sardegna, Caraibi, Seychelles, deserti africani, tra cammelli e tuareg. Tutto con 2000 euro di stipendio. E questa è stata la prima crepa nel castello di meraviglie che il geometra si era creato, perché la Finanza ha voluto capire come mai questo dirigente sfoggiasse tanto benessere con uno stipendio da impiegato. Sembra fantascienza, ma è andata proprio così. Non ci sono denunce, ma l'ha tradito l'esibizionismo attraverso i social. Unito ad un altro particolare: con lui, vincevano le gare d'appalto le solite sei ditte. Che ieri sono state perquisite visto che sono tutte indagate per aver dato o promesso soldi al dirigente in cambio di appalti. RENATO Dini, che rischia fino a 10 anni di carcere solo per induzione indebita ma ha anche turbativa d'asta, svolgeva il ruolo di dirigente del Cuc, del centro unico di committenza alla comunità montana dell'alta valle del Metauro. Bandiva in perfetta solitudine gare d'appalto per centinaia di migliaia di euro per lavori pubblici su mandato di altri comuni che non erano capaci di farlo. Da una ditta, che grazie a lui aveva vinto in passato diversi lavori, Dini si aspettava quasi un mensile fisso: «...forse anche mille euro» confidava alla moglie, che teneva il ritmo delle richieste ordinando al marito via telefono di farsi «rispettare»: «...diglielo pure chiaro e tondo, anche se piange, te digli: ah qui ho poco prima di fare un altro lavoro con te». E lui che risponde: «...adesso glieli chiedo, anche se mi dai 500 euro al mese, dammi 1000, dammi quelli che hai». La moglie: «Digli di darti qualcosa ogni tanto, è un anno che ormai non ti dà più niente». E lui eseguiva. Chiamava il titolare della ditta dicendo: «Dopo passo...» perché Dini riscuoteva a domicilio, a qualunque ora. Mattino presto, sera tardi, pranzo, cena, durante il lavoro. Andava e veniva senza problemi, portandosi dietro un buffo borsello che usava solo per metterci le tangenti. LE CIMICI installate dalla Finanza in ufficio e in macchina hanno permesso di riprendere Dini mentre conta banconote da 100 e 50 euro dopo aver incontrato imprenditori. Una volta aveva 800 euro. Il totale incassato negli ultimi due anni però non si sa. Spesso si fermava davanti alle aziende per verificare se c'era l'auto del titolare. Se la vedeva, bussava, altrimenti ripartiva telefonando subito dopo alla moglie: «en c'era». Per il pm Irene Lilliu e condivisa dal gip Savino nell'ordinanza di custodia, Renato Dini non ha mai avuto rimorsi istigato senza riserve dalla moglie. Non a caso, la Finanza l'ha chiamata «Operazione Appalti di famiglia», tanto che il pm aveva chiesto gli arresti domiciliari anche per la consorte, poi non concessi dal gip perché da sola, col marito in carcere, non si arricchisce più. Lei risponde di concorso esterno nel reato: la sua colpa era quella di battere cassa col marito, tenendo il libro mastro dei peccati.

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