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15/01/2020

«Appalti, regali e varianti? Ma io non potevo oppormi»

QN - Il Resto del Carlino

«Il progetto per il Passetto venne tutto stravolto, ma se non avessi assecondato il geometra la mia ditta sarebbe fallita: c'era un sistema Comune»
di Marina Verdenelli «Assecondare Bonci per il bagno era un male necessario, un male in ogni caso minore rispetto al rischio che i lavori effettivamente posti in essere dalla Mafalda non venissero liquidati. Non mi potevo porre di certo domande su come e dove l'amministrazione trovasse le risorse, erano in ogni caso soldi del Comune per lavori che la Mafalda aveva fatto e anche bene». A due mesi dagli arresti per la presunta corruzione in Comune, rompe il silenzio Tarcisio Molini, direttore tecnico della «Mafalda costruzioni» di Cingoli. Insieme al suo avvocato Tommaso Rossi, Molini (ancora agli arresti domiciliari) fornisce elementi chiarificatori nell'ambito dell'inchiesta «Ghost jobs» che ha scosso il Comune di Ancona e il sindaco Valeria Mancinelli con mezza giunta indagata. Molini, finito in manette il 7 novembre scorso, insieme ad altri tre imprenditori e un geometra comunale per un presunto giro di appalti pubblici pilotati e gestiti con un cartello di imprese amiche, racconta la sua verità dopo aver rilasciato dichiarazioni in sede di interrogatorio ai pm Valentina D'Agostino e Ruggiero Dicuonzo il 23 dicembre scorso. Il direttore tecnico parla di «unica sua colpa, non essersi opposto all'enorme cambiamento del progetto e ampliamento dei costi per il Passetto» che il Comune gli ha richiesto nonché alle modalità di pagamento che sempre il Comune gli avrebbe imposto «altrimenti l'impresa sarebbe fallita». A conti fatti Molini è certo di aver rimesso per ora 50mila euro lavorando per il Comune. Si scagiona dall'accusa di corruzione e parla piuttosto di un «sistema Comune» al quale chi si aggiudicava un appalto pubblico poi non poteva non sottostare a discutibili procedure di pagamento, compreso il bagno in casa del geometra Simone Bonci che l'indagato ammette dunque di aver realizzato. Quello da 32mila euro contestato dalla Procura e oggetto anche di intercettazioni telefoniche messe agli atti dell'accusa. «Tentai - dice Molini - di prendere le distanze ma di fronte all'incalzare del Bonci non potei non assecondare in qualche modo la sua richiesta. Avevo paura che dato il suo ruolo, se si fosse messo di traverso sui pagamenti che erano dovuti per i lavori al Passetto l'impresa sarebbe saltata per aria». Un bagno che stando al legale di Molini «non era per corrompere un funzionario pubblico - ricostruisce Rossi - quanto una precisa richiesta fatta dal pubblico ufficiale nei confronti di un soggetto in totale stato di sudditanza e soggezione economica e personale». Concussione e non corruzione? Insomma Molini sarebbe stato vittima e non corruttore stando alla sua ricostruzione dei fatti. «Molini ha reso ampio interrogatorio il 23 dicembre scorso - spiega l'avvocato Rossi - depositando anche una memoria di 60 pagine e 42 documenti in cui ricostruisce in maniera analitica e dettagliata i lavori effettuati al Passetto, la stradina e i laghetti. L'imprenditore dimostrerà la propria estraneità alle accuse convinto di potersi difendere a testa alta». Avvocato e indagato descrivono la ditta Mafalda come «una piccola impresa che ha lavorato a ritmo serrato per realizzare al meglio i lavori che il Comune di Ancona le commissionava, dovendo sostenere ingenti costi e sottostare ai dettami dell'ente circa le modalità di pagamento, con l'unico scopo quello di cercare di non essere schiacciata economicamente». Indagato e difensore ricostruiscono la vicenda che parte dai lavori di riqualificazione della stradina di accesso alla torre ascensori, in zona piazza IV Novembre, al Passetto. La Mafalda propone un ribasso e si aggiudica i lavori firmando, l'11 febbraio 2019, un contratto di lavori per 80.895 euro. Il Comune però avrebbe cambiato il progetto con aggiunte e una maggiore metratura oltre a migliorie come cordoli, tessitura della pietra per la pavimentazione, una rosa dei venti impressa all'ingresso degli ascensori e aiuole. Molini avrebbe assecondato le richieste con spese maggiori, fino a 181mila euro. «Bonci gli dice di andare avanti - precisa l'avvocato Rossi nella ricostruzione dei fatti - che non ci sarebbero stati problemi per riscuotere. Ma la variante non può coprire l'intero costo per il nuovo progetto. Bonci imponeva a Molini il modo in cui sarebbe stato pagato con dei cosiddetti buoni, per altri lavori di cui il Comune non aveva necessità ma aveva disponibilità di fondi. In certi casi non veniva richiesto di fare nulla, in alcuni altri un minimo di lavoretto». © RIPRODUZIONE RISERVATA Sono trenta gli indagati
LA SCHEDA

Nell'inchiesta era finito in carcere il geomentra del Comune Bonci e per quattro imprenditori edili erano stati disposti i domiciliari poi revocati per alcuni di loro: oltre a Molini, Francesco Tittarelli, di Offagna, Marco Duca, di Cupramontana e Carlo Palumbi del Teramano. Trenta gli indagati tra cui quattro assessori