scarica l'app
MENU
Chiudi
28/01/2020

APPALTI PERCHÉ L’ITALIA E PARALIZZATA

L'Espresso - GLORIA RIVA

Economia / Prima Pagina
DA UN LATO L'ESIGENZA DI LIBERARLI PER STIMOLARE IL PIL. D'ALTRO LATO LA PAURA DELLA CORRUZIONE CHE LI INFILTRA. RISULTATO: UN DISASTRO PER IL PAESE
Din: eicienza. Don: lotta alla corruzione. Din: eicienza. Don: lotta alla corruzione. La sensibilità dell'opinione pubblica oscilla, come un pendolo, tra lo sdegno per l'iniltrazione maiosa e l'indignazione per la lentezza dei lavori di realizzazione. I politici, a ruota, condizionati dal vento che tira in quel momento - eicienza o lotta alla corruzione - disfano la legge in vigore e ne fanno una nuova. Benvenuti nel mondo degli appalti pubblici italiani, i più lenti d'Europa. Così lemmatici da mandare all'aria una delle più elementari teorie dell'economia, cioè il potere anti-ciclico degli investimenti pubblici. Quando c'è una crisi, di norma uno Stato inietta più soldi costruendo strade, ferrovie, ospedali, centri di ricerca, ma anche investendo in servizi alle persone - per dare stimolo anche agli investimenti privati: quel denaro dovrebbe essere una sorta di scintilla iniziale per riaccende l'economia, così come teorizzava l'economista John Keynes. «I tempi medi di realizzazione di un appalto italiano sono di 4,4 anni, con punte di 16 anni per le opere più grandi. L'assurdità di questa lentezza è che il beneico efetto degli appalti arriva troppo tardi (non prima di tre anni) rispetto all'urgenza di sostenere l'economia in crisi», spiega Andrea Boitani, professore di Macroeconomia all'Università Cattolica di Milano, autore del report Investimenti pubblici e bassa crescita, recentemente pubblicato dal centro studi Arel. Il dossier racconta che nel decennio 2007-2017 nel resto d'Europa i soldi pubblici hanno di fatto compensato il calo del Pil o raforzato la crescita. In Germania l'iniezione di liquidità nella riqualiica delle infrastrutture e a favore di servizi innovativi è aumentata del 50 per cento, consentendo di far fronte a una riduzione dell'investimento privato di quasi 20 punti percentuali. Nel Regno Unito gli appalti sono cresciuti del 9,5 per cento, e complessivamente il Pil è aumentato del 3,5, controbilanciando il freno a mano tirato dell'industria. Invece in Italia gli investimenti della pubblica amministrazione sono crollati del 27 per cento, meno 13 miliardi di euro, e se il paese ha tenuto - conferma il dossier - è solo perché dal 2013 le aziende private hanno ripreso a pompare denaro nelle proprie attività, senza tuttavia poter contare sulla leva degli stimoli pubblici, che sarebbero stati fondamentali per uscire dalla crisi in cui l'Italia continua ad annaspare. Al contrario, la mancanza di manutenzione e l'arretratezza dei servizi hanno eroso capitale per parecchi miliardi. E oltre al danno, la befa: «Il declino della spesa per investimenti, spesso stornata su altri fronti, si è veriicato nonostante i numerosi annunci di rilancio della spesa per investimenti, con relativi stanziamenti in bilancio, poi svaniti a consuntivo». Si dirà che la ritirata degli investimenti statali è dovuta alla politica di contenimento dei costi imposta dall'Europa, così come al patto di stabilità che ha strangolato i comuni. Non è proprio così: «Anche quando il patto di stabilità è stato tolto, dando agli enti locali la possibilità di sfruttare maggiori margini di spesa, non si sono veriicati segnali di ripresa», si legge nel dossier. Le cause sono piuttosto da ricercare nelle continue riforme, nell'eccesso di burocrazia, nei ricorsi temerari, nel perenne spostamento di risorse dagli appalti alla copertura di spese correnti o impreviste. Scelte scellerate, se si considera che l'apporto economico dei contratti pubblici rappresenta la componente più importante del Pil in tutti i paesi occidentali: in Italia vale 139 miliardi di euro l'anno, il mercato europeo ammonta a 1.900 miliardi di euro, il 14 per cento del pil dell'eurozona. Una materia delicatissima, che viene costantemente riformata - quattro modiiche negli ultimi cinque anni - nel tentativo (mai riuscito) di sempliicare i regolamenti. Stefano Zunarelli, docente di diritto dell'Università di Bologna, ha partecipato alla scrittura del codice appalti 2016 e racconta: «L'obiettivo era sfoltire il sistema ma non ci siamo riusciti perché qualsiasi proposta veniva poi vagliata dalla commissione Stato-Regioni che, per non perdere il proprio potere di intervento, ne cambiava l'assetto. L'efetto inale è stata una normativa cavillosa, che ha avuto bisogno di un correttivo nel 2017». Nel 2019 è poi entrato in vigore lo Sblocca Cantieri. A tal proposito Guido Castelli, delegato inanza dell'Anci, l'associazioni dei Comuni, ha dichiarato che «rischiano di restare bloccati tutti i bandi pubblici per opere ino a cinque milioni di euro. Lo Sbocca Cantieri è scritto così male che, a causa di un'incerta interpretazione dei Tar, occorre attendere la decodiica del Consiglio di Stato. Ma l'interpretazione non arriverà prima di giugno». Ed entro ine gennaio il nuovo regolamento degli appalti: «Sarà un'ulteriore esplosione di regole. Gli amministratori pubblici (e le aziende) non riescono a lavorare in una situazione in cui il legislatore cambia ogni poco le carte in tavola», aferma Francesco Decarolis, professore di Economia alla Bocconi di Milano. «Dopo Tangentopoli l'attenzione del legislatore si è concentrata su chi realizza l'opera per evitare corruzione e iniltrazioni maiose. Giustissimo, però, passa sempre in secondo piano la fase di esecuzione: se si usano materiali inadeguati non importa a nessuno ed è drammatico», commenta Aldo Travi, luminare nel settore della giurisprudenza amministrativa, che continua: «Sono scomparsi i grandi apparati tecnici che in passato assistevano gli uici amministrativi, vigilando sulla qualità delle opere. Oggi si aida a consulenti esterni il collaudo di tutto. E questo è un problema, perché se già l'appalto o la concessione sono aidati a un privato, bisogna che almeno la vigilanza sia svolta dal pubblico. Altrimenti continueremo a fare i conti con vicende di cronaca relative al cattivo stato di salute delle infrastrutture. Sono fenomeni igli dello svuotamento degli uici tecnici pubblici, rimasti privi di personale competente. Siamo arrivati all'assurdo per cui in alcune città della Lombardia si esternalizzano a privati le redazioni dei bandi d'appalto, perché non c'è personale in grado di farlo. Così il rischio corruttivo è ancora più forte». Il codice appalti del 2016 aveva creato centrali di committenza per accentrare le procedure d'appalto così da ridurre le attuali 35 mila stazioni appaltanti a poche decine. Ma questa norma non è mai stata attuata. Viene da chiedersi, dato che gli appalti sono la più grande spartizione di denaro pubblico, se le amministrazioni non abbiano voluto garantirsi maggiore libertà per decidere verso quali imprese indirizzare le proprie risorse. Soprattutto ora che lo Sblocca Cantieri ha alleggerito le norme sui piccoli appalti, estendendo le possibilità di aidamento diretto e ampliando il ricorso al massimo ribasso, senza però afrontare il problema della lentezza nella realizzazione delle grandi opere. Eppure la conduzione di una gara d'appalto è spesso troppo complessa per i piccoli comuni: i responsabili degli uici tecnici hanno chiesto la consulenza dell'Anac in oltre tremila casi, perché non sapevano come interpretare le norme. In Italia si crede di risolvere il problema creando nuove norme, senza dare spazio alla formazione di un'esperienza amministrativa, che richiede ovviamente una certa stabilità delle norme. Questa situazione è ancora più grave, perché l'Europa, dalla quale dipendono inanziamenti in settori decisivi, viaggia a tutt'altra velocità. Alla rapidità dei bandi e dei inanziamenti da intercettare: «Ogni anno il Paese perde miliardi di fondi comunitari per la lentezza delle procedure. Spesso la causa sono amministratori e funzionari che non si vogliono prendere la responsabilità di avanzare progetti, assumere decisioni, dare corso a interventi. È richiesta una capacità di direzione amministrativa, mentre da noi tutto diventa ragione di competizione politica. Nei confronti di questa paralisi decisionale, le reazioni sono inadeguate. Non sono al corrente di azioni di responsabilità nei confronti di chi - Consigli, giunte, uici, dirigenti - non si sia impegnato per utilizzare i fondi comunitari. Eppure lasciarli sfumare signiica perdere migliaia di posti di lavoro», aggiunge Travi. Correggere le norme non è suiciente per rimettere ordine nel sistema. Va cambiata la mentalità dell'amministrazione pubblica. Servono tecnici qualiicati, serve maggiore responsabilità, ma prima di tutto serve rimettere la questione all'ordine del giorno e, come dice il giurista, «all'attenzione di una politica con la P maiuscola». Foto: Emanuele Cremaschi / Getty ImagesPUBBLICO IN CALO
600 500 400 300 200 100 0 -100 GERMANIA SUPERSTAR 110 100 90 80 70 60 15 10 5 miliardi di Euro a prezzi correnti 1 1 1 1 1 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat numeri indici 2007 = 100 2007 Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat GRANDI OPERE, TEMPI INFINITI 4,4 M Investimenti privati (scala sx.) e pubblici (scala dx.) netti nei paesi dell'area euro 2008 15,7 > Andamento degli investimenti issi lordi nell'Ue nel periodo 2007-2017 - valori concatenati 2010 2009 12,2 10,8 2 5 2010 8,9 1 2011 7,9 6,7 2 5 Fonte: Elaborazioni su dati NUVEC - Agenzia Coesione, 2018 2012 5,9 1 Investimenti privati netti 2013 Germania Tempi di realizzazione per fasi delle opere pubbliche per classi d'importo 5,0 4,3 0 0 2014 Francia 3,6 0 Esecuzione 2015 2,6 > Investimenti pubblici netti 2016 Italia Afidamento 2017 120 100 80 60 40 20 020 Spagna Progettazione

Foto: Genova, il cantiere del nuovo ponte sul torrente Polcevera che sostituirà il ponte Morandi


Foto: Inaugurazione di una tratta della Pedemontana lombarda (A36) non ancora terminata