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08/06/2021

APPALTI, NUOVE REGOLE E VECCHIA BUROCRAZIA

Giornale di Brescia

DA CRISPI A DRAGHI
MARIO MAZZOLENI* Per l'attuale Governo la sfida è centrale. Innanzitutto perché le rilevanti risorse che il PNRR metterà in campo non possono essere limitate da meccanismi inefficienti e a «rischio», poi perché l'esercizio dei controlli della Commissione Europea rappresenteranno una sorta di «rubinetto» pronto a chiudere il flusso di denaro in presenza di situazioni critiche o, peggio, alimentanti la malavita. Va anche sottolineato come, a prescindere da quanto verrà messo in campo dall'avvio del percorso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, altri fondi (decine e per alcuni oltre al centinaio di miliardi) bloccati da lungaggini o impedimenti vari, da soli rappresentino un'altra grande occasione per il Paese per sostenere un progetto di ristrutturazione imponente e di largo respiro. Da Crispi in poi è innegabile la «buona volontà» del legislatore, ma purtroppo è altrettanto evidente l'incapacità oggettiva di tradurla in indirizzi efficaci. È quindi utile chiedersi quali siano gli aspetti critici da affrontare per il Governo Draghi nella sua volontà di «dare una svolta» radicale sul fronte della gestione degli appalti, e dove (e perché) alcune di queste criticità non si rilevino andando a verificare cosa succede negli altri Paesi (anche in virtù del fatto che almeno per quanto riguarda l'Europa, per determinati impegni e investimenti, la norme dovrebbero essere uguali). L'argomento è complesso e di difficile rappresentazione toccando vari aspetti (che non possono sottostimare anche una certa tendenza tutta italiana legata all'interpretazione pro domo propria delle norme e all'operare al limite o oltre le stesse) e si è andato modificando nel tempo, ma «la madre o il padre» di tutti i problemi si chiama oggi Burokratia. Il nostro è il Paese delle norme e della contraddizione che le troppe norme determina nella possibilità di loro applicazione. Un codice degli appalti riformato, anche con l'impegno ad azzerare le possibili anomalie sulle procedure che il sistema giuridico può generare, oltre a rappresentare uno sforzo davvero significativo per il legislatore (e i tecnici chiamati a supportarlo), si scontrerebbe immediatamente con l'influenza che altre norme (spesso generiche, mal definite o applicate strumentalmente) andrebbero a determinare, o - ancora con l'ampia autonomia che il sistema istituzionale riconosce alla magistratura nella «interpretazione» delle norme (e la conseguente apertura di confronti «sine die» legati al «fare giurisprudenza» delle sentenze). Questo primo fronte imporrebbe due impegni. Il primo, di rendere «determinante» quanto definito dalle norme per gli appalti e la loro gestione (non permeabile o contestabile da altre leggi) con evidenti problemi di «sistema» e «istituzionali» superabili da una politica davvero coesa. Il secondo, di associare a questo sforzo un altrettanto impegnativo orientamento a «ripulire» e a «disboscare» il nostro sistema legislativo per ridurre le possibili sovrapposizioni (con gli stessi problemi sopra richiamati elevati all'ennesima potenza). È innegabile, però, che questo fronte sarebbe da affrontare in parallelo con l'investimento per rendere veloce, certa ed efficiente la macchina della giustizia. Una norma e un regolamento richiedono controlli e possibili «contestazioni» da entrambi i contraenti, e in un Paese dove ad esempio un contenzioso (piccolo o grande) determina blocchi di attività anche per anni, risulta impossibile dare concretezza a qualsiasi volontà di azione efficace. L'avere reso «acefala» la nostra burocrazia, ancora una volta, rappresenta un vincolo per il Paese. La rimozione di questo vincolo risulta oggi sempre più prioritario per dare concretezza a qualsiasi «visione» si voglia realizzare. * docente di Economia aziendale, UniBs