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17/10/2020

Appalti comunali, assolti ex sindaco e assessori

QN - La Nazione

di Stefano Cinaglia TERNI Nessuna irregolarità nell'affidamento degli appalti comunali alle cooperative da parte delle due Giunte del sindaco Leopoldo Di Girolamo. Tutti assolti, perché «il fatto non sussiste». La formula più ampia. L'inchiesta che ha stravolto la politica locale, cominciata nel novembre del 2016 con un blitz d' altri tempi di poliziotti e finanzieri negli uffici del Comune, fa un clamoroso flop al vaglio del giudice. Si chiude così in primo grado, con la decisione del giudice Biancamaria Bertan, il cosiddetto «processo Spada», nato appunto dall'indagine su presunte irregolarità dell'ex amministrazione comunale nell'affidamento di alcuni appalti alle cooperative. L'indagine minò le fondamenta della seconda Giunta Di Girolamo, costretta poi a capitolare sul 'dissesto' del Comune. Diciannove erano gli imputati tra ex amministratori, dirigenti comunali e di cooperative, accusati a vario titolo di turbata libertà degli incanti, sia nella composizione dei bandi che nella loro esecuzione. Quegli appalti, sentenzia ora il giudice, erano assolutamente regolari. Il sindaco venne addirittura arrestato, era il maggio del 2017: per lui ventuno giorni di «domiciliari«. Con Di Girolamo finì ai domiciliari, per poco più di 24 ore, anche l'allora assessore ai lavori pubblici, Stefano Bucari, che si dimise dall'incarico (unico a compiere un passo del genere) nei giorni successivi. E non è un caso che proprio Bucari alla lettura della sentenza sia scoppiato in un pianto liberatorio. Coinvolti tredici ex assessori delle due Giunte guidate da Di Girolamo, due dirigenti comunali, un funzionario e il responsabile di una cooperativa sociale. L'inchiesta, coordinata dalla Procura, aveva creato enorme clamore, non solo a Terni: le perquisizioni scattarono in Comune, nelle abitazioni degli indagati e nei loro uffici, con un elicottero che attraversò per ore i cieli della città (fu poi spiegato che era lì casualmente, ma l'impatto fu notevole). Era il novembre del 2016. Nel mirino gli appalti per le manutenzioni del verde pubblico, la gestione della Cascata e dei cimiteri. Il pm Matthias Viggiano ha chiesto condanne tra sei mesi e due anni e quattro mesi; la richiesta per Di Girolamo e Bucari era di due anni e un mese. Il Comune, con decisione dell'attuale amministrazione, si è costituito parte civile, chiedendo 200mila euro di risarcimento. «La sentenza smentisce totalmente l'ipotesi accusatoria e restituisce onorabilità non solo politica, ma anche etica a tutti i coinvolti - così l'avvocato Attilio Biancifiori, difensore dell'ex sindaco e di altri sette imputati -. Si prefigurava anche mediaticamente una connotazione sfavorevole sulle procedure adottate, quasi un sistema di illegalità consolidato. E' stato appurato che l'agire delle amministrazioni era corretto e orientato all'interesse della comunità». «C'è grande soddisfazione - commenta l'avvocato Roberto Spoldi, difensore di Bucari -, per aver ottenuto, con un meticoloso lavoro istruttorio, il riconoscimento formale della correttezza dell'operato amministrativo, di cui eravamo certi. Si chiude un periodo duro e difficile». Esulta, come non capitava da tempo, il mondo del centrosinistra e in particolare del Pd. «Si chiude una vicenda strumentalizzata dalle destre - commenta il vicesegretario nazionale del Pd ed ex ministro Andrea Orlando - e si afferma la correttezza e l'onorabilità di un amministratore capace e legato alla sua città. Speriamo che questo esito possa in parte risarcire Leopoldo Di Girolamo di una vicenda che era iniziata con l'adozione della misura cautelare degli arresti domiciliari. Questo episodio deve far riflettere sulla congruità di tali provvedimenti, tanto più quando in gioco c'è il prestigio di chi amministra la cosa pubblica». © RIPRODUZIONE RISERVATA