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29/11/2018

APPALTI, CAMBIARE CODICE

Corriere di Bologna

Le riforme
di Sandro Mangiaterra ia chiaro, formare un cartello tra imprese per aggirare la concorrenza e alla fine alzare i costi dei lavori, è un reato. Così come utilizzare materiali scadenti o comunque diversi da quelli pattuiti. Seppellire rifiuti speciali e magari tossici negli scavi delle strade o di altre opere pubbliche, poi, è più di un reato: è un attentato alla salute dei cittadini. Tutte pratiche antiche e dure a morire: gli autori vanno individuati e colpiti con il massimo del rigore, senza fermarsi davanti a nomi più o meno eccellenti. Ben venga, dunque, l'operazione Grande Tagliamento, lanciata dalla Guardia di finanza di Gorizia, che ha aperto un'ennesima pagina di malaffare nel virtuoso Nordest. Eppure, nell'attesa che vengano individuate le precise responsabilità, una riflessione è d'obbligo, se non altro per le dimensioni dell'indagine della magistratura: perquisizioni e sequestri di atti e documenti hanno coinvolto 120 società e 220 soggetti in 14 regioni tra le quali anche l'aeroporto di Bologna che si è subito definito parte lesa. Un elenco lunghissimo. Di fronte al quale ha ragione Giovanni Salmistrari, presidente dell'Ance Veneto (l'associazione dei costruttori edili), a storcere il naso: «È evidente che il sistema non funziona». Proprio così. Nel mirino c'è il nuovo Codice degli appalti, entrato in vigore nell'aprile 2016, figlio tardivo dell'epoca di Tangentopoli. Ma il nuovo codice degli appalti è soprattutto il prodotto di una cultura che in ogni opera, dalla manutenzione stradale di un piccolo comune alla realizzazione della Tav, vede annidarsi il rischio di nefandezze assolute e mangiatoie incontrollabili. Insomma, nate per assicurare la massima trasparenza ed evitare sul nascere ipotesi corruttive, le nuove regole hanno introdotto una tale rigidità da portare alla sostanziale paralisi dei lavori. Il risultato, secondo l'Ance (associazione nazionale dei costruttori edili), è che per avviare un cantiere sono necessari in media quattro anni e addirittura ne servono 15 per fare partire un'opera sopra i cento milioni. Non basta. Nelle ultime leggi di Bilancio sono stati stanziati 150 miliardi, spalmati su 15 anni, per programmi infrastrutturali. Peccato che in 24 mesi sia stato speso appena il 4 per cento di queste risorse. Il vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini aveva promesso: «Entro novembre il famigerato Codice degli appalti sarà smontato e riscritto». I tempi si allungheranno. Qualcosa, però, va fatto. Occorre allentare i limiti, oggi molto rigorosi, in materia di subappalti. Per le ristrutturazioni e il riutilizzo di edifici dismessi (i famosi capannoni vuoti e non solo) si deve pensare all'introduzione di corsie preferenziali e, perché no, di agevolazioni fiscali. Soprattutto, vanno ridotti i passaggi burocratici, vera causa della paralisi del sistema. Chi l'ha detto che l'anticorruzione non possa fare rima con la semplificazione? La sfida è esattamente questa: coniugare legalità e pragmatismo. Ora il governo presieduto da Giuseppe Conte torna alla carica parlando di un piano straordinario di investimenti per la messa in sicurezza del territorio, interventi antisismici nelle scuole e negli ospedali, lotta al dissesto idrogeologico. Bisogna stanziare i soldi, ma anche saperli spendere. E bisogna farlo più in fretta possibile. Sandro Mangiaterra