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06/06/2019

Anche sull’Europa governo a due facce

La Repubblica - Stefano Folli

Il punto
L'avvio della procedura d'infrazione da parte della Commissione è un fatto certo grave, ma non ancora drammatico: è toccato a numerosi Paesi nel corso degli anni, compresa l'Italia, e così come si apre la procedura si può chiudere. Il problema è che la filosofia politica dell'armata giallo-verde di osservanza leghista non prevede di rispondere all'Europa con comportamenti virtuosi, bensì di sfidarla con il mancato rispetto dei parametri del deficit e del debito, in modo da avere, sulla carta, le risorse per finanziare la flat tax e altre spese.
Così si crea un cortocircuito la cui prima vittima è il buonsenso istituzionale di Conte e Tria. La nota diffusa ieri sera da Palazzo Chigi si preoccupa di venire incontro ai rilievi dell'Europa, ma non sembra conciliarsi troppo con gli obiettivi politici della Lega. Se un paio di decine di miliardi serviranno solo a evitare l'aumento dell'Iva, dove si troveranno i soldi per il piano fiscale leghista (salvaguardando al tempo stesso reddito di cittadinanza e quota 100)? Ne deriva che il passo europeo esaspera la contraddizione di fondo all'interno del governo: dove il presidente del Consiglio parla una lingua - e Di Maio con lui, sia pure con qualche distinguo tattico - mentre Salvini ne parla un'altra perché persegue un suo progetto divergente di fatto dall'assetto attuale. Soprattutto se dovesse affermarsi l'idea che sull'Europa esiste una linea istituzionale Conte-Tria-Di Maio, apprezzata dal Quirinale, che concede qualcosa a Salvini (ad esempio sul codice degli appalti) ma più che altro per disinnescarne l'aggressività contro la Commissione.
È evidente che il contrasto non può durare a lungo. Chi ha elogiato, da destra e non solo, il realismo di Salvini, con l'argomento che è conveniente per lui restare nel governo in quanto ora può realizzare il suo programma - flat tax prioritaria - grazie all'acquiescenza dei Cinque Stelle indeboliti dal voto del 26 maggio, non tiene conto di un fatto: mancano del tutto le premesse, sul piano interno e su quello europeo, per realizzare un programma ambizioso e al di fuori delle regole dell'Unione. Peraltro la necessità di rimettere a posto i conti ha già indirizzato il cammino del governo, di qui a dicembre, sul binario di una sostanziale austerità.
Può darsi che il capo della Lega, propenso a fare un passo per volta, stia aspettando i risultati dei ballottaggi nei Comuni. Tuttavia subito dopo si porrà di nuovo il rebus del voto anticipato. Certo, Salvini si rende conto di dover pagare un prezzo, se sarà l'unico a chiedere al capo dello Stato di sciogliere il Parlamento: la tradizione politica italiana non è favorevole a chi impone le elezioni. Potrebbe costargli qualche punto percentuale, forse molti. Come dire che sull'esito delle urne, nonostante i pronostici, non può esserci certezza. D'altronde un uomo politico si misura anche dal suo coraggio nei momenti topici.
Altrimenti c'è sempre l'appoggio riluttante al governo Conte, destinato a tradursi in litigi quotidiani, attacchi e contrattacchi, spread in altalena e lunghe trattative con la Commissione di oggi e quella di domani.