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21/07/2021

«A furia di cercarsi la sinistra s’è persa»

Il Riformista - Umberto De Giovannangeli

INTERVISTA A NICOLA FRATOIANNI
«Troppo tempo a discutere di se stessa. Fisco, lavoro, formazione: va affrontato il tema enorme della disuguaglianza. Bisogna partire dagli obiettivi per ricostruire l'identità», dice il leader di Si. «La Libia? Un voto indecente»
La sinistra al tempo delle "agorà". Il Riformista ne discute con Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU. Nel centro sinistra si assiste a una moltiplicazione di "agorà", di stati generali, +convegni. È questa la strada per ricostruire una identità forte della sinistra in Italia? Io ho molto rispetto per i percorsi di ciascuno e dunque considero ogni occasione di discussione un fatto positivo. Ma devo confessarle che l'impressione che la sinistra in Italia, e parlo partendo dalla nostra storia, abbia negli anni che abbiamo alle spalle consumato fin troppo tempo a discutere di se stessa. E che in questo c'è una parte della sua crisi, delle sue difficoltà: la ricerca infinita di una identità che tende a consumarsi in un sistema di relazioni, di alleanze, di posizionamenti. Io ritengo che sia il momento di affrontare il tema molto serio dell'identità a partire dalla ridefinizione di obiettivi, piattaforme, di pratiche e che su questi obiettivi e su queste piattaforme, attorno a queste pratiche si possa lì, nel vivo della mobilitazione, della ricerca politica e culturale, anche del conflitto, ricostruire l'identità e, perché no, anche gli strumenti della stessa organizzazione della politica a sinistra. Da quali priorità si dovrebbe partire, per avviare questo percorso? Su questo ho rifl ettuto molto in questi giorni. Ci avviciniamo a un anniversario per qualcuno, credo tanti, molto importante: il G8 di Genova di vent'anni fa. Io penso che oggi ci sia davanti a noi una gigantesca questione che in qualche modo ne attraversa molte altre.. Vale a dire? La questione della diseguaglianza. Il mondo che abbiamo di fronte oggi, ancor più di venti anni fa, è un mondo tremendamente diseguale. Non solo nella ridistribuzione della ricchezza, la cui forbice ha raggiunto livelli impressionanti: ormai 8 persone nel mondo detengono la ricchezza di 3,6 miliardi di persone, cioè della metà della popolazione mondiale. Ma questa diseguaglianza attraversa e contribuisce ad alimentare molte delle contraddizioni più stridenti. È una diseguaglianza che ha che fare con le responsabilità nel cambiamento climatico: quali e quante sono le multinazionali nel mondo responsabili della più grande percentuale di emissioni di Co2 nell'atmosfera. Quanto queste responsabilità incidono, ad esempio, sulla crescita di un fenomeno strutturale come è quello delle migrazioni di massa sul pianeta. Quanto nel mondo del lavoro la diseguaglianza sia aumentata: se guardiamo la ripresa del confl itto operaio in questi giorni di fronte ai licenziamenti di massa delle multinazionali che sono state progressivamente mangiate dai fondi speculativi della fi nanza internazionale, o al confl itto operaio che torna ad esplodere nella catena infi nita dello sfruttamento della logistica, ci accorgiamo che anche dentro il mondo del lavoro, che fu un lavoro classico ma che torna oggi a bussare prepotentemente alle porte della politica che a volte, troppe, si è dimenticata di quel lavoro e di quei rapporti di potere e di subalternità, la diseguaglianza è tornata a crescere in modo fortissimo. Una sinistra che non nega se stessa deve affrontare questo nodo. Noi abbiamo promosso una legge d'iniziativa popolare su cui stiamo raccogliendo fi rme in tutta Italia, con reazioni anche molte interessanti, a volte sorprendenti. Ad esempio, tra le giovani generazioni, che accorrono ai banchetti a fi rmare con una disponibilità e radicalità innata, davvero sorprendente. Intanto partiamo da lì, da un tema che è anche al centro del dibattito politico... A cosa si riferisce in particolare? Penso alla riforma del fi sco, su cui, purtroppo, le commissioni riunite di Camera e Senato - Bilancio e Finanza - hanno prodotto un documento tanto deludente quanto in direzione decisamente contraria rispetto a quello di cui avremmo bisogno, cioè una riforma fortemente progressiva sul piano del reddito ma anche della proprietà, delle successioni. Un secondo fronte, è quello del lavoro. Venerdì scorso, in una conferenza stampa insieme anche a Rosario Rampa, della segreteria nazionale della Fiom, a Daniele Calosi, segretario della Fiom di Firenze e Prato, che si occupano, rispettivamente, uno della vertenza Whirpool, l'altro della vicenda della Gkn di Campi Bisenzio che ha licenziato da un giorno all'altro 422 operai via mail: assieme a loro abbiamo presentato un pacchetto di proposte per dire che sul lavoro occorre cambiare radicalmente strada. In termini di salario minimo legale, almeno da 10 euro l'ora, che innalzi e rafforzi la contrattazione collettiva. Invece di spendere qualche miliardo per cancellare l'Irap, a favore delle imprese, usiamo quei miliardi per incentivare la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. E poi interveniamo sul sistema degli appalti, per riaffermare una cosa semplice: a parità di lavoro, parità di salario e parità di diritti, di diritti del lavoro, di libertà sindacale. Terzo fronte cruciale è quello della formazione. E anche qui un'inversione di tendenza sul piano della diseguaglianza, della redistribuzione della ricchezza potrebbe aiutare molto. Noi, per esempio, prevediamo di utilizzare le risorse che verrebbero da una patrimoniale come quella che abbiamo proposto, parliamo di circa 10 miliardi di euro l'anno, per rendere gratuito il percorso della formazione, dall'asilo all'università. È una cosa possibile. E rappresenterebbe un potente investimento, fuori dalla retorica insopportabile che accompagna questo tema, nei confronti delle giovani generazioni. Sono tre questioni, e altre ancora se ne potrebbero aggiungere, su cui è possibile ricostruire un pezzo d'identità e anche ridefi nire una convergenza politica tra esperienze, soggettività, articolazioni della sinistra politica, sociale, culturale di questo Paese. Ma tutto questo, avrebbe detto qualcuno ora uscito di scena, che c'azzecca con il dibattito senza fine sull'alleanza strategica, più o meno competitiva, tra il Pd e il Movimento 5Stelle? Detta cosi c'azzecca poco, naturalmente. Perché quella discussione continua a rimandare il nodo del merito, dei contenuti, della qualità di un'alternativa. Io sono tra coloro che pensano che di fronte alla destra che abbiamo davanti, che è una destra regressiva, pericolosa, una destra che solidarizza, senza se e senza ma, con le guardie carcerarie di fronte alle vicende terribili di Santa Maria Capua Vetere, ed è la stessa destra che solidarizzava con la polizia di fronte alla mattanza di Genova, della Diaz, alla macelleria messicana di Bolzaneto. Di fronte ad una destra orbaniana, che comprime i diritti e che fa spregio delle libertà sociali e individuali, il tema della costruzione anche di un rapporto di forza in grado di essere competitivo, financo nei numeri, è un tema serio, di cui tutti dobbiamo farci carico. La voglio dire in chiaro: non penso che la discussione sui contenuti sia in qualche modo salvifica rispetto a questo nodo, che comunque io mi pongo, ma penso che dare forza anche a questa dimensione del problema - cioè quella delle alleanze - passi dal coraggio e dalla capacità di attraversare questa discussione con elementi che guardino alla qualità di una proposta alternativa. Senza la dimensione del merito, non c'è un'alternativa credibile. Se la discussione sul merito diventasse, però, esclusivamente una condizione autoconsolatoria, di autorassicurazione, per dirla anche qui semplice: io dico cose giuste e questo mi basta, anche questo non sarebbe sufficiente. Le due cose devono viaggiare insieme. Lei è tra i trenta parlamentari che hanno presentato una mozione alternativa per dire "no" al rifinanziamento delle missioni che riguarda anche la cosiddetta guardia costiera libica. In un'intervista questo giornale, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, ha usato parole molto dure per biasimare il voto della Camera. Quanto a durezza, anche lei non scherza. Non può essere altrimenti. Ancora una volta il nostro Parlamento e il governo hanno fi rmato la propria complicità con gli orrori e le sistematiche violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che si consumano in Libia e sulla rotta del Mediterraneo centrale. Noi continueremo a batterci per fermare questo scempio e cambiare una politica migratoria ipocrita e fallimentare. Quel voto in una parola: indecente. Nella foto Nicola Fratoianni